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Nel 2014 L’Autorità Bancaria Europea ha ritenuto di considerare le crypovalute come valute virtuali, definite quali rappresentazione di valore digitale non emesse da una Banca Centrale o da una Autorità pubblica e non necessariamente collegate a moneta corrente, ma utilizzate come mezzo di scambio e che possono essere trasferite, conservate o commercializzate elettronicamente.

Una definizione molto simile è contenuta nella legislazione italiana (D. Lgs. 90/2017 art. 1, comma 2, lettera qq): “una rappresentazione di valore digitale non emesse da una Banca Centrale o da una Autorità pubblica e non necessariamente collegata a moneta corrente, ma utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi che può essere trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente.

La Direzione Generale Politiche interne del Parlamento Europeo, nel 2018, ha cercato di riassumere varie definizioni fornite da alcune Autorità ed ha ritenuto che un buon sunto per definire le cryptovalute sia il seguente “una rappresentazione digitale di valore che (i) è destinata a costituire una alternativa peer to peer (P2P) all’offerta emessa dal Governo, (ii) viene utilizzata generalmente come mezzo di scambio (ed è indipendente da qualsiasi banca centrale), (iii) è protetta da un meccanismo noto come crittografia e (iv) può essere convertito in moneta corrente e viceversa”.

Oggi, quindi, le cryptovalute sono una sorta di moneta digitale parallela a quella tradizionale, che non è manipolabile da poteri centrali.

La Corte di Giustizia Europea, nella causa C-264/2014 Hedqvist, ha stabilito che Bitcoin (o altre cryptomonete) non sono valute avente corso legale, ma mezzi di pagamento equiparabili.

Infatti, non possiamo considerarle monete, in quanto non raggiungono lo status legale non avendo il corso legale in alcun paese.

Prendendo spunto dal diritto civile, sia di Common law sia di Civil law, le cryptovalute possono costituire un bene, una proprietà personale.

Anche in Italia la giurisprudenza (Tribunale Firenze- Sez. Fallimentare Sentenza 18/2019 pubblicata il 21.1.2019) sembra aver accolto la tesi che definisce le cryptovalute come dei beni (art. 810 codice civile), sia pur immateriali. Le cryptovalute sono, quindi, dei beni di tipo digitale che vengono utilizzati come modalità di scambio. Quindi, attraverso la crittografia le transazioni in cryptovalute sono sicure e garantite dall’anonimato.

Molto interessante è la Sentenza del Tribunale di Brescia (sez. imprese, del 18/07/2018 n° 7556) che ha negato un aumento di capitale sociale a mezzo cryptovaluta, ovvero eseguito mediante l’esecuzione di conferimenti in cryptovaluta stabilendo che nel caso di specie la “moneta virtuale ancora in fase sostanzialmente embrionale (..), che allo stato, non presenta i requisiti minimi per poter essere assimilata ad un bene suscettibile in concreto di una valutazione economica attendibile”. Il Giudice affronta il tema sotto il profilo della pignorabilità (uno dei requisiti richiesto ai fini della pignorabilità del bene) invero è “l’idoneità del bene a essere bersaglio dell’aggressione da parte dei creditori sociali, ossia l’idoneità a essere oggetto di forme di esecuzione forzata (…)“.

Il Tribunale conclude per l’impignorabilità delle cryptovalute attribuibile alle modalità tecniche di funzionamento della cryptovaluta, che potrebbero, di fatto, renderne impossibile l’espropriazione senza il consenso e la collaborazione spontanea del debitore. Se il debitore non consegna spontaneamente la password, la chiave di utilizzo, il pignoramento si ferma.
Ciò premesso, le cryptovalute sono uno strumento conosciuto da oltre dieci anni che presenta numerose problematiche di natura giuridica, bisogna valutare bene quando se e come investire in questi strumenti che appaiono innovativi e quindi stimolanti ma anche piuttosto pericolosi in quanto nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di strumenti soggetti ad un elevato rischio (ad alta volatilità).

A tal proposito, bisogna fare un distinzione tra cryptovalute stabili (come Tender e come si preannuncia, sulla base del White Paper, voler essere Libra) e cryptovalute ad alta volatilità quale forma di investimento (Bitcoin, Ethereum, Ripple, Dash, Stellar, Nem, Litecoin e tante altre che sono inversamente legate alla quotazione della madre: Bitcoin).

Ove si decidesse di fare investimenti o comunque acquistare vecchie e nuove cryptovalute (ve ne sono in giro moltissime), al fine di evitare enormi rischi di perdita di denaro si consiglia di ponderare con attenzione numerosi profili (il White Paper su tutti) non per avere assicurata l’assenza di rischio (comunque elevato), ma semmai per limitarlo o trovare adeguate strategie di investimento all’interno di questo mercato sui generis.

Per ulteriori chiarimenti e quesiti, è possibile contattare lo studio legale The Italian Lawyer al seguente indirizzo mail: info@theitalianlawyer.com

Avv. Raffaele Lauretta
Forex & Cryptovalute

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